Bologna è una tegola…

Bologna è una tegola…

Per comprendere l’operazione che sindaci dem (ma potrebbero anche essere di destra) come Lepore e Sala portano avanti nelle loro città metropolitane secondo le bieche logiche neoliberali, ossia di messa a profitto del territorio e dei beni comuni immobiliari, occorre tornare alla categoria marxiana di “accumulazione originaria”, con gli elementi di diversificazione posti da David Harvey.

Per David Harvey il concetto marxiano di accumulazione originaria non appartiene solo alle origini del capitalismo, ma continua a operare anche oggi.
In The New Imperialism Harvey rielabora il concetto di Karl Marx con l’espressione “accumulazione per spoliazione” (accumulation by dispossession).

L’ accumulazione originaria in Marx
Per Marx, l’accumulazione originaria è il processo storico che rese possibile il capitalismo:

• espropriazione dei contadini dalle terre comuni in Inghilterra;
• privatizzazione delle risorse collettive;
• colonialismo e schiavismo;
• formazione di una massa di lavoratori privi di mezzi di produzione e costretti a vendere la propria forza-lavoro.

Marx la descrive soprattutto come una fase storica preliminare alla piena affermazione del capitalismo.

Per sostanziare meglio cosa fu l’accumulazione originaria in Marx: ossia un processo storico di espropriazione violenta che separò i produttori dai loro mezzi di sussistenza- Infatti per secoli i contadini inglesi avevano accesso a:
• campi comuni (commons);
• boschi;
• pascoli;
• terreni demaniali.

Potevano coltivare, raccogliere legna, allevare animali.
Tra il XV e il XVIII secolo molti proprietari terrieri cominciarono a recintare queste terre (enclosures) e a trasformarle in proprietà privata, spesso dedicate all’allevamento ovino, molto redditizio grazie all’industria della lana. Il risultato fu che migliaia di famiglie persero i mezzi di sostentamento. Marx scrive che i contadini furono “cacciati dalla terra”.
Si formò dunque anche il proletariato, che venne impiegato nelle prime produzioni dell’epoca nelle città. Una tesi fondamentale di Marx è: “il lavoratore salariato non nasce naturalmente; viene creato storicamente attraverso l’espropriazione”.
Ciò comportò un’espulsione dalle campagne e un esodo di massa nelle città. Questa massa formò la forza-lavoro impiegata nella produzione manifatturiera.
Non ricorda qualcosa? Come già esposto prima con un esempio, di accostamenti se ne possono trovare a iosa, su esodo nel territorio e uso di una forza-lavoro spesso desindacalizzata e aderente ai dettami di una borghesia e di un capitale che necessitano di flessibilità nella produzione e nel commercio locale gestito dai poteri forti locali e multinazionali.

Harvey sostiene invece che…

… questi processi non sono affatto terminati.
Quando il capitalismo entra in crisi di sovraccumulazione (troppi capitali in cerca di profitto), tende a rilanciare l’accumulazione attraverso nuove forme di espropriazione:
• privatizzazione dei servizi pubblici;
• vendita di beni comuni;
• speculazione immobiliare;
• indebitamento forzato;
• appropriazione di risorse naturali;
• sfruttamento finanziario;
• brevetti su conoscenze e risorse genetiche.

In altre parole, il capitale continua ad appropriarsi di ricchezza già esistente invece di crearla attraverso la sola produzione industriale.
Si potrebbe fare un semplice esempio: per generazioni l’uso della terra era collettivo o uso familiare nell’Inghilterra del XV secolo. Ma poi con le enclosures questo diritto è stato negato d’imperio.

Dal dopoguerra fino agli anni ’80 la popolazione, in particolare i settori di proletariato, godeva di servizi, come quelli nati dalla rifolrma sanitaria di Tina Anselmi nella sanità, o con enti di edilizia popolare che avevano come scopo non la messa a profitto delle abitazioni ma la loro vivibilità. Ma poi con le privatizzazioni questi diritti sono via via venuti meno. Questa è una delle ragioni per cui quello che nel capitalismo maturo era salario indiretto nel periodo keynesiano, con il neoliberalismo dagli anni ’80 in poi è diventato trasferimento di ricchezza sociale verso l’alto.

Anche le speculazioni immobiliari e la messa a profitto di beni comuni come quelli ACER assolvono allo stesso compito. Alla fine di questo orrido funnel si crea una massa precaria che deve comprarsi tutto, che non riesce ad avere un’abitazione dignitosa, per cui tutti questi dispositivi privatistici e di uso privato di beni comuni sono di fatto le enclosures che spoliano e creano “flessibilità”, ossia ricatto per indigenza, contratti al ribasso, nella forza-lavoro, nonché divisione in gironi danteschi, poiché è ovvio che con l’ingresso (Unipol) del sistema assicurativo nella sanità e nella realizzazione e stravolgimento di interi quartieri in funzione di un commercio organizzato, flussi di viabilità, creazione di conglomerati per settori (anche studenteschi) di classe agiata, il rsultato è una polarizzazione sociale anche nella produzione e nel terziario, come nel tempo libero, nell’accesso a servizi tra chi se li può permettere e chi no. In questo senso le politiche leporiane sono fortemente classiste e discriminatorie, senza aver bisogno di utilizzare apertamete la leva suprematista: anzi la cancel culture e il woke con il popolo delle schwab sono la foglia di fico, la costruzione di un ambito solidaristico falso, ma che va bene perché a su misura dei settori di borghesa progressista: quella dei colli, diS. Stefano che non ha caso sonoluoghi in cui Coalizione Civica, ancella del PD ha casa.

Nelle vertenze si è sottovalutata la questione del rapporto capitale/lavoro, poiché l’espusione causa prezzi degli alloggi, la citta merce in generale con la grande distribuzione che assedia e liquida il commercio di vicinato, e in generale l’economia di prossimità non è nulla di nuovo nel creare una forza-lavoro precaria diposta a tutto e disurbanizzata (al contrario dei contadini inglesi ma con esito analogo…). Pertanto le politiche del PD e satelliti seguono il solco di un neoliberismo che riplasma i soggetti della produzione in base alle esigenze di un mercto del lavoro privatizzato, terziarizzato. Quindi non si tratta solo di una sotituzione nella città metropolitana dei settori sociali in via di proletarizzazione ed espulsione da determinate aree con ceti medi accreditati, manageriali, tecnici per il Tecnopolo, garantiti dagli appalti, funzionari parastatali di medio-alto livello, amministratori e liberi professionisti in quota a consorzi, cooperative, fondazioni e istituti di credito e professionalità funzionali al sistema, bensì della formazione e riproduzione dei soggetti da sfruttare nel lavoro precario e sottopagato e condannati a una sorta di pendolarsimo nella cittadella gentrificata.

Il caso bolognese

Dunque, si comprende bene come alcune di queste voci siano l’asse portante del leporismo felsineo, così come quello meneghino di Sala.
La spoliazione dei beni comuni a favore dei processi di gentrificazione che si basano su concessione ai privati, consumo di suolo pubblico e infrastrutture funzionali ai processi economici di certi “capitani coraggiosi” foraggiati da fondi e capitale privato (vedi Farinetti con Eataly e il sistema Unipol-Coop), è alla base della messa a profitto della città metropolitana a favore della finanza che alla fine sta dietro a tutte le operazioni in essere. In questo insieme di operazioni nel territorio gentrificato e customizzato per il consumo come elemento centrale e macchina di profitti multilivello (targetizzazione dei consumer, la gdo) ovviamente non solo la vivibilità della popolazione non è presa minimamente in considerazione, ma il profitto viene generato proprio dall’accrescimento della divaricazione tra spoliazione predatoria e precarizzazione di una forza-lavoro adeguata a tutti i servizi appaltati o gestiti o appartenenti ai privati, che vanno dalle imprese del turismo: ricezione e ristorazione a tutti i servizi accessori e della produzione legata ai progetti immobiliari e urbanistici, infrastrutture viarie, grande distribuzione e via dicendo.
Per non parlare dell’espulsione dal centro cittadino e da quartieri destinati a essere cittadella dei consumi e capisaldi nei flussi infrastrutturali della viabilità, di una massa di popolazione meno abbiente. Mai come oggi si è tornati alla divisione di classe tra una borghesia che vive di queste facilitazioni elargite da una junta che fa gli interessi dei circoli finanziari. Fondazioni, enti privati creati ad hoc, cooperativismo d’assalto e delle associazioni di categoria che partecipano alla mangiatoia bolognese e proletariato messo ai margini come forza-lavoro flessibile che dalle priferie degradate fa pendolarismo nella cittadella.

Come sosteneva giustamente Valerio Evangelisti nel 2008 su Carmillaonline, l’attuale sinistrismo radicale:
«Si è scordato completamente il concetto marxiano di “sussunzione reale” (del lavoro al capitale). Una fase avanzata del capitalismo in cui il plusvalore non è più estorto nei soli luoghi di lavoro, ma permea l’intera vita delle classi subordinate e ne domina l’intera esistenza, non-lavoro incluso.» (1)
Il plusvalore diviene sociale, nelle dinamiche della digitalizzazione e della rete telematica (e non mi riferisco al solo telelavoro o smart working, ossia lavoro da casa, da remoto, che realizza direttamente il plusvalore, ma alla produzione di contenuti che incessantemente immettiamo nella rete stessa. Ma quello che ci interessa qui è il plusvalore e quel sistema delle plusvalenze ossia la redistribuzione della ricchezza sociale sul territorio, che va dall’appalto produttivo a quello commerciale, ai servizi in particolare quelli privatizzati, alla creazione di un habitat per la messa a profitto del teritorio stesso, e la riduzione a precarietà, spesso esodo forzato di interi pezzi di comunità cittadina.

Le forze capitale, rimodificano il territorio i funzione dei profitti, calpestando ogni esistenza sociale e ogni contesto comunitario in funzione dei profitti delle compagnie più influenti. A rimetterci sono anche settori di borghesia come il piccolo commercio, l’economia di prossimità, devastata dalla grande distribuzione. La turistificazione che parte dall’hub aeroportuale del G. Marconi e arriva alla gestione del turismo e della ricezione da parte della compagnia del bed and breakfast e degli affitti brevi come AirB&B, Booking, o la sostituzione nel centro storico delle tradizionali trattorie, con punti di ristoro turistici gestiti da gruppi della ristorazione e da “lavanderie” che gestiscono capitali di dubbia provenienza, che della gastronomia petroniana fanno solo il verso, standardizzando il tortellino e la mortadella per turisti mangia e fuggi, desertificando il centro della città a favore di questo business al quale partecipano solo in piccola misura settori di piccola e media borghesia che costitusce del resto la base elettorale del PD e quella accondiscendente di una destra che, chissà perché, non presenta mai alle comunali candidati legati al governo o alle forze bipolari di destra, ma personaggi civetta che non sputtanano nessuno in caso di inevitabioe sconfitta. L’inciucio è piuttosto evidente.

Dunque, la “città più a sinistra d’Italia” (parole di Lepore), in realtà ha un’amministrazione a completo servizio di tali poteri, e che per applicare i suoi desiderata, ossia la messa a profitto sopra tutto e tutti, non esita usare la forza, utilizzando gli apparati di polizia. Esattamente come nell’Inghilterra del XV secolo. Si può dare tutta la patina che si vuole per valori etici, enunciazione di belle intenzioni, ma la realtà è esattamente quella di un regime locale che è propaggine dei poteri nazionali e sovranazionali neoliberali che deve applicare un’agenda di assalto ai beni comuni e di privatizzazione del welfare pubblico mettendo al centro la profittabilità a discapito di ogni bisogno sociale e di redistribuzione equa della ricchezza sociale, che significherebbe partire dai settori popolari più disagiati. Il neoliberismo non fa prigionieri nemmeno in questo caso, che sia PD, Forza Italia, Renzi o chicchessìa. Le scuse sono tante, la crisi, la necessità di creare valore dalle attività gestite o delegate dal Comune, i problemi burocratici del sistema pubblico, ecc. In realtà ogni opera è finalizzata ad attrarre investitori, ossia capitali

Le due “battaglie” a Bologna, emerse tra una selva di vertenze su temi come il consumo di suolo pubblico, distruzione del verde, cementificazione, ossia le Besta del Don Bosco e il MU.BA al Pilastro, dimostrano un uso arbitrario e a senso unico della violenza di Stato a sostegno degli appetiti delle aziende e dei capitali impiegati nei progetti promossi o ammessi dalla junta, giustificati da provvedimenti comunali. Appetiti che vanno dagli appalti edilizi all’uso diretto (edifici ai privati) o indiretto di strutture funzionali ai flussi viari, commerciali, ecc.

Nel caso del MU.Ba riprendo l’ottima analisi di Beppe Ramina, che svela tutta la strategia della junta sulla “rigenerazione” di un quartiere che prepara tutte le condizioni della spoliazione per fare del Pilastro un hub commerciale ri raccordo ai flussi del consumo: una vera sostituzione dei soggetti che ci abitano attraverso le modifiche strutturali dell’intera morfologia urbanistica e territoriale. Ma lascio la spiegazione alle sue parole:
«Al ridisegno dell’area concorrerebbe anche l’apertura di via Dino Campana, ora chiusa e confinante col parco commerciale Meraville, per favorire l’attraversamento nord-sud del rione (con conseguente incremento del traffico e stravolgimento delle dinamiche relazionali e funzionali dell’area).
Apertura, quella di via Campana, che sarebbe funzionale ad altre soluzioni prospettate: la riqualificazione delle ex palestre delle Ada Negri e l’utilizzo dei negozi sfitti (di proprietà del Comune e gestiti da Acer) per realizzarvi servizi per gli studenti e le studentesse delle vicine facoltà di Agraria e di Scienze Motorie.
Inoltre si favorirebbe l’apertura di nuove attività commerciali definite “robuste”, il che implicherebbe l’intervento di realtà imprenditoriali “robuste” e mi spinge maliziosamente a pensare, senza averne certezza, che il robusto intervento di Ascom a sostegno di una festa tenuta la scorsa estate in Piazza Lipparini non sia stato del tutto casuale.
Se da questo disegno venisse cancellato il Muba, che dà tono culturale all’operazione, resterebbe in campo una, legittima ma assai discutibile, operazione di gentrificazione del cuore del Pilastro con gli inevitabili effetti sul medio e lungo periodo: allontanamento degli strati più poveri e fragili, turistificazione, il rione come zona di attraversamento (già sarà così col MuBa) e non più, con tutti i suoi pregi e con le sue criticità, un quartiere popolare nel quale i mezzi motorizzati che ci passano attualmente sono in massima parte quelli di chi ci abita.
A questo serve il MuBa lì, proprio lì, in un luogo che non è fatto solo di beni materiali – il verde, gli alberi che d’estate non sono solo un elemento paesaggistico, ma costituiscono l’aria condizionata di chi in casa non ce l’ha e cerca un po’ di fresco -, ma di beni immateriali: la propria storia, le relazioni, la sicurezza che i propri figli e le proprie figlie lì possano giocare con tranquillità grazie a una rete di relazioni e alle tante finestre sul giardino.
Il MuBa serve lì per gettare fumo negli occhi.»

Non è un discorso nuovo, il capitale ha il potere di riplasmare il territorio in base alle proprie esigenze di profitto, ma la differenza con il dopoguerra felsineo dei servizi al pubblico come elementi centrali della città come della provincia, i luoghi di socialità, i polmoni verdi, è veramente stridente, con le nuovegenerazioni dei nipotini cattocomunista piddini a fare da affaristi dislocati nelle varie consorterie gestionali.

Una politica di plastica che non è biodegradabile, produce stereotipi del tutto inattendibili e non attinenti alla vocazione vantata da una falsa sinistra, ossia alla mission che si propone tra bandiere arcobaleno e presunti diritti delle minoranze, mentre una massa di proletari vive il degrado e l’esodo, l’abbandono nell’impossibilità di vivere nella città sempre più a misura dei ceti garantiti, di una media borghesia ancorata ai flussi di denaro del grande capitale. È una politica che crea il falso della partecipazione della cittadinanza con alcuni espedenti furbi che fanno da giustificativo ideologico a una forma di fascismo eterodiretto e aggressivo che non ammette critiche ma solo concessioni a pochi eletti nel definire i dettagli, progetti limitati che fanno da foglia di fico. L’intera operazione della Riforma dei quartieri senza un reale coinvolgimento decisionale dei cittadini, a partire dai settori più disagiati, evidenzia per chi lo vuole vedere il degrado politico e morale che accompagna il degrado del territorio. Nulla cambia e nulla deve cambiare se non la materialità dei percorsi di spoliazione del comune che ricadono sulla popolazione.

Falsa democrazia e proxy di regime

La questione democratica è all’ordine del giorno in tutto il paese, senza distinzioni di colore politico: una questione che non può risolversi con gli strumenti imposti dal potere, ma con la lotta finalizzata a stravolgere i disegni politici del nemico.
La politica di plastica è pervasiva e necessita delle truppe, degli ascari che godono di alcuni vantaggi nei rapporti di scambio. Emblematica è la traiettoria del municipalismo fittizio, di una sorta di post autonomia convenzionata, dalle forme trasgressive, ma in realtà mezzo di drenaggio del consenso con pochi concetti che fanno leva non sul fascismo biopolitico e tecnologico, ma per esempio sugli stereotipi retrò di questo, sul vecchio adagio disobba degli spazi-ghetto che producono consenso alla sinistra istituzionale, contenitori del nulla dove dentro ci stanno i desideri e le attività dentro il recinto.

Tutto ciò fa parte della targetizzazione dei soggetti che rispondono a stimoli concessi dall’alto, nel credere di conquistare spazio e agibilità. La vicenda della gara del Bolognetti vinta in modo discutibile dal Labàs, apre squarci di chiarezza politica: a parlare nonsono le pippe ideologiche, ma le più concrete prebende elargite dal sindaco della città “più a sinistra d’Italia”. A cosa sono servite le grandi mobilitazioni nello sgombero di Labàs nel 2017 nell’ex caserma Masini. L’approdo ancillare alla politica leporiana con Coalizione Civica, non è forse servite alla gestione successiva delle politiche della junta sulla città. Un lavorodi riassorbimento del conflitto sociale che ha del mirabile e che pone questa junta come una struttura di tecnocrati, una macchina da profitto che integra dove riesce e reprime dove l’integrazione non è possibile. Si tratta di un asse che parte dai potentati economici più o meno occulti e che passa per la Curia, che elargisce opportunità di piccoli profitti per cricche sinistrate nelle Case di Quartiere, arrivando a un “antagonismo” di plastica. Persino sulla guerra imperialista c’è calcolata assonanza. Ma si è mai visto un libertario propugnare una guerra insieme a forze nazi-imperialiste, invece di sostenere la diserzione, il sabotaggio, la guerra alla guerra? Questo asse ci è riuscito anche nel produrre censura contro le voci critiche, come nel caso di Villa Paradiso, stroncata d’imperio con una delibera della junta verso una Casa di Quartiere che non era controllabile (come invece lo è il “municipalismo” dei falsi antagonisti).

Le narrazioni che ruotano attorno a questo sistema sono molteplici, tra buonismo missionaro delle Cucine Popolari e cultura woke, femminismo da sportello assistenziale come Armonie e transfemminismo, pacifismo indistinto sostenuto dai vari testimonial, e di contro sostegno alla guerra spacciato per “resistenza” nel appoggiare Operation Solidarity, pseudo-anarchici nazionalisti che si affiancano ai battaglioni nazi-banderisti, tutto e il suo contrario: nella popolazione indifferente, acquisciente e apolitica questo attivismo poliedrico funziona.

Ma qui arriviamo a un’altra questione. Il neoliberalismo di stampo fascista non si ferma davanti a nulla. In tempi di guerra deve affermarsi una propoaganda che impone una visione dominante e, insieme a questa passano i progetti di riarmo e di militarizzazione della società in un mutamento della stessa etica che ha ripudiato statutariamente la guerra dalla seconda metà del Novecento. Oggi l’etica è completamente ribaltata, tanto che per zittire ogni voce dissonante (nell’agevolare il bellicismo filo-NATO di certo falso municipalismo o solidarismo missionaristico…), si arriva a chiudere d’imperio una Casa di Quartiere, Villa Paradiso, che faceva informazione non propagandistica (e veniva accusata di proaganda putiniana). I fascisti del terzo millennio sono i dem, gli Europa +, gli Italia Viva, gli Azione, e certi personaggi delle istituzioni euro-imperialiste e filo-sioniste che vanno a caccia di ogni mmento di confronto popolare schedandoloe invocando la censura come propaganda del “nemico”. Operazioni di attacco antidemocratico a cui si è prestato anche il sindaco Lepore, tra minacce, ricatti e infine chiusura di una vera perla dell’attività istituzionale nella città Laddove c’era corsi, presentazioni di libri, musica, convivialità trasversale a tutte le età e categorie sociali è subentrato il degrado ammantato di servizio. Gli anziani erano già attivi a Villa Paradiso, ma oggi la junta fa finta di aver riportato questo luogo a una sua funzione sociale e assistenziale, quando è vero il contrario. Bastano poche foto per documentare la sporcizia nel giardino, parte dei locali ridotti a magazzini, bar che non funzina, luogo sempre chiuso al pubblico se non per le poche e magre iniziative dei convenzionati.

La repressione è anche censura e tutto questo serve la spoliazione che abbiamo trattato all’inizio.

Noi siamo la feccia
Una forza politca o una coalizione realmente d’opposizione, prima di pensare a candidarsi a gestir la comunità dai palazzi del Comune, deve essere espressione della rivolta, fomentarla nei quartieri periferici e laddove si deve scontrare fomentandolo, il conflitto tra capotale e lavoro, laddove si scontra la socialità repressa, la distruzione di spazi e di verde con la necessità vitale di avere un ambiente urbano vicino alle esigenze primarie di vita della popolazione e non il territorio come mezzo di speculazione.
Questa faglia è ben evidente nel momento in cui pur di assolvere al ruolino di marcia degli appalti e delle prebende dello stravolgimento della città per fini di prfitto, il comando comunale è dispsto a giocarselo per mantenere gli impegni, anche con l’uso della violenza di Stato, ribaltando poi la questione con la vecchia storiella dei provocatori, estremisti e quant’altro serva a legittimare un apolituca antidemocratca, che non tiene conto della popolazione in quanto tale, che non ascolta, che non democratizza le decisioni, che non distribuisce la decisonalità alla popolazione, a che si avoca ogni funzione autoritaria preoccupandosi solo di abbellirla con fuffa ideologica e atti simbolici che fanno da palliativi (vedi tutta l’operazione “riforma dei quartieri” con la Fondazione Urbana).
A questa logica si può rispondere solo in un modo: ribaltando il tavolo in senso letterale. Per cui il lavoro politico è sulla massa alienata, esclusa e discriminata per costruire sovversione di un ordinamento neoliberale che è nei fatti concreti e non nelle “belle parole”. Una sovversione badate bene, non dello stato in quanto tale, ma del suo uso inevitabilmente (in senso leniniano: lo stato è così) arbitrario e al servizio dei potentati.
Le enclosures neoliberali hanno attaccato le conquiste sociali rimaste spesso sulla carta della nostra Costituzione antifascista. Per cui, occorre andare oltre gli ideologismi astratti, si tratta di rivendicare e appropriarsi di ciò che è sancito. Il potere costituente di classe non nasce alieno dal potere costituito. Entra nelle contraddizioni reali rompendo il teatrino della società dello spettacolo a cui ci hanno abituato come spettatori, per tornare al protagonismo sociale, che avrà dei costi certamente, ma che non ha altre strade per affermarsi che quella della rivolta intelligente e organizzata delle masse popolari che coniuga vertenza a lotta politica. O pensavamo che la rivoluzione sociale fosse semplicemente sventolare un libretto rosso pieni di dogmi?

NOTE:

1. https://www.carmillaonline.com/2008/04/28/un-punto-di-vista-eclettico-sulle-elezioni/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un esempio
Harvey vede nelle privatizzazioni degli anni Ottanta e Novanta (sotto Margaret Thatcher e Ronald Reagan) un tipico caso di accumulazione per spoliazione:
• un bene pubblico viene trasferito a privati;
• il capitale ottiene nuove fonti di profitto;
• i cittadini perdono controllo su risorse collettive.
Differenza fondamentale
Per Marx:
l’accumulazione originaria è il peccato originale del capitalismo.
Per Harvey:
il peccato originale continua a ripetersi continuamente.
Questa idea ha avuto grande influenza sugli studi sulla globalizzazione, sul neoliberismo e sulle nuove forme di imperialismo. Harvey interpreta infatti molte guerre, privatizzazioni e operazioni finanziarie degli ultimi decenni come tentativi di risolvere le crisi del capitalismo attraverso nuove ondate di spoliazione.