Alessandro Barbero ci ha regalato un bel resoconto sulla Jacquerie del 1358 nelle campagne francesi. Perché rivangare quell’episodio? È presto detto: ma prima per meglio comprendere un piccolo schematico riassunto.
La rivolta esplose nel maggio 1358, soprattutto nella regione della Beauvaisis, a nord di Parigi. I contadini insorti:
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Attaccavano castelli e residenze signorili, colpendo i simboli del potere feudale.
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Uccidevano nobili e membri delle loro famiglie in diversi episodi, spesso con estrema violenza.
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Distruggevano proprietà e documenti legati al dominio signorile, in un contesto di odio verso i privilegi aristocratici.
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Si organizzavano in gruppi armati, che in alcuni momenti raggiunsero dimensioni considerevoli.
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Si scontravano con la nobiltà, che reagì organizzando la repressione.
La rivolta non fu un esercito contadino disciplinato né un movimento politico dotato di un programma coerente. Fu un’insurrezione eterogenea, alimentata da rabbia sociale, paura e desiderio di vendetta. I contadini non si ribellarono soltanto perché erano poveri, ma perché la nobiltà aveva tradito la propria funzione sociale: in sostanza, il ragionamento degli insorti era: se i nobili non sono capaci di difenderci, perché dobbiamo continuare a mantenerli? Il contestostorico era la crisi profonda della società feudale francese, segnata dalla guerra, dalle devastazioni e dall’incapacità della nobiltà di proteggere la popolazione.
Ecco, questo e altri episodi di rivolta sociale nel corso della storia, progettualmente coerenti o meno, ci porta a dire che quando il popolo non ne può più si rivolta, solo degli stolti che non comprendono le dinamichedellalotta diclasse o i pompieri che hanno il compito vigliacco di fermare i movimenti e depotenziarli, possono fare deidistinguo e prenderne le distanze.
Ora, veniamo ai giorni nostri: una parte della popolazione dalla Francia all’Italia ad altri paesi europei è scesa in piazza per le ragioni che ben conosciamo e che solo dei criminali reazionari possono ridurre al piacere di spaccare tutto per nascndere tali ragioni. Manifestazioni in cui non è stato impiccato ai lampioni nessuno, non ci sono tavolate imbandite con le teste di porco. Nella massa manifestante generalmente incazzata ma pacifica, ci sono stati episodi di violenza di strada, riappropriazioni e vandalismi. Ma anche fossero stati episodi genralizzati e vere jacquerie cosa sarebbe cambiato nei giidizi di autentici rvoluzionari? NULLA.
Lasciamo perdere il ritornello del fare il gioco del nemico, in parte vero, vista la militarizzazione dilagante: non aspettavano altro. Ma il dato politico è di altro segno. Cosa credete che sia una rivoluzione, una rivolta popolare, una sommossa, un tumulto? Un lancio di fiori come quell’immagine patetica di Bansky? Lo sapeva bene il compagno Mao:
“La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra.”
E allora sorge legittima una domanda: che ragione c’è nel prendere le distanze da tali episodi? Siamo in una guerra mondiale a pezzi con genocidio, dove ogni giorno l’imperialismo nelle vesti sioniste o ucronaziste per conto della NATO maciulla e fa a pezzi civili in gran quantità, ogni giorno ruba parti della nostra vita, nei tempi, nella qualità e nella dignità. Semmai il problema è dare sostanza alla rivolta, non dire: noi vogliamo rappresentarla ma in modo civile…
Certo, si cerca di essere civili e di protestare perché la Costituzione con le sue regole che garantiscono le libetà essenziali, di manifestazione, espressione, associazione tra cittadini venga rispettata quando ogni giorno viene ingiuriata dal governo attuale come dai precedenti di ogni colore. Ma la rivolta nelle sue manifestazioni anche le più accese va difesa. Quei giovani non sono scesi per strada per caso. C’è una causa profonda che sta dentro tutte le contraddizioni sociali e del consumismo imposto di questa società. Troppo comodo distruggere l’ascensore sociale che promette una vita di consumo spesso effimero e di benessere e poi quando le masse giovanili senzo un non meglio precisato futuro chiedono il conto strillare: aita aita… i black block. E risolvere tutto con i militari per strada.
Io rivendico la ribellione per le strade in tutti i suoi risvolti. Ho già visto queste scene paracule negli anni ’70, tra dissociati e irriducibili. E ancora una volta il diritto di parola nei movimenti reali dell’antagonismo, spontanei o no, ce li hai quando sei irriducibile. E allora hai diritto di critica. Altrimenti te ne stai zitto.
E non c’è dietrologia che tenga. Andiamo pure a vedere la tuta nera che tira il sasso e poi va nelle file della polizia. Sappiamo bene da Cossiga in poi che questa è una tattica collaudata per fomentare i disordini. Facciamo una bella denuncia politica. Ma la dissociazione dal conflitto è altra cosa. Chi non lo capisce non è da questa parte della barricata. È dall’altra.