Quale idea di città? Qui, in Antigene, molecole attive di contro-narrazione, rivista online antagonista bolognese, è spiegato molto bene cosa sta diventando Bologna: dunque, ciò che non deve essere.
Il PD sostiene e promuove la speculazione a tutti i livelli, nell’articolo di Antigene si fanno anche nome e cognome di alcuni dei più importanti investitori.
Tra Lepore e Sala: stessa logica. Ovviamente in questo delirio frenetico alla massimizzazione dei profitti e delle rendite non c’è nulla che vada nella direzione di servizi alla persona re di un welfare pubblico che garantisca una qualità della vita, della salute, dell’istruzione per i cittadini. La cultura come la mortadella.
La massa di cittadini vuole una città a propria misura, ma non si rende conto della progressiva messa a profitto del proprio territorio, che come un rullo compressore passa sopra ogni bisogno sociale affermando il cittadono -consumatore, un’esistenza parcellizzata verso il consumo di beni e servizi sempre più privatozzati. Al massimo si lamenta senza capire i processi neoliberali che sono in atto in una città che un tempo era improntata nel dare qyalità della vita e socialità a tutta la popolazione.
Dall’altra i cittadini più coscienti dello scempio in atto non vogliono tutto questo, desiderano una Bologna da vivere, delle strutture del comune che siano spazi aggregativi e non una lottizzazione della Case di Quartoere tra PD e Coalizione Civica-centrososocialeria “municipalista”, vogliono preservare il verde che c’è e semmai incrementarlo, la vera rigenerazione è il restauro- manutenzione del tanto patrimonio immobiliare pubblico che c’è e non consumo di suolo che crea degrado nelle isole felici che fanno da vetrina espositiva elettorale.
Purtroppo sarà difficile scalzare dalla gestione della città degli apparati che si avvalgono di un consenso basato sugli appalti e le prebende a uno strato sociale di riferimento che non è certo il proletariato dei quartieri periferici, ma la crema collinare e delle aree a maggior gentrificazione, al Bologna dei mille giardini nascosti con parcheggi privati di auto di lusso. Un consenso che si base su tradizioni politiche che non esistono più e alle quali una cittadinanza vetusta crede ancora con una certa nostalgia.
Non sarà facile ma da qualche parte bisogna pur incominciare, superando le parzialità vertenziali, come la riduzione di tutta la questione al verde, a specifiche questioni come il passante. C’è una sola questione che racchiude e sintetizza tutte altre, che prese in sé singolarmente non portano da nessuna parte: puoi ottenere una vittoria, ma questa non diviene neppure parte della guerra che va combattuta politicamente su un progetto alternativo di città. La vera questione è la città come bene comune dei cittadini e non degli speculatori, è antiliberismo che riafferma la centralità degli abitanti, il loro benessere, la loro socialità, conservando e promuovendo le differenti tipologie di comunità in rapporto organico tra loro.
Trasformare la rendita in socializzazione, dove non guida il profitto ma l’uso comune degli spazi, l’uso per la collettività dei servizi che diviene reddito, ossia quel salario indiretto che appartiene al popolo attraverso il welfare pubblico efficiente. Che diviene dunque salute, cultura, socialità espressione di vita dal basso.
In questi ultimi mesi sono sorti comitati come le Besta (1), il No-MUBA(2), poi Comitato Popolare Pilastro e altri ancora che rappresentano forme di resistenza della cittadinanza attiva con una coscienza di classe prevalente. Si tratta di passare da forme embrionali di autonomia popolare, ossia da battaglie vertenziali a una lotta politica di progetto che costituisca un’alternativa al degrado politico, culturale e morale che una falsa sinistra, in realtà nuova destra falsamente buonista, il PD, sta imponendo a Bologna.
Il sistema PD raccoglie gli interessi concatenati di settori sociali egemoni che nella mangiatoia bolognese hanno tutto da guadagnare in cambio di un servilismo acritico: cooperativismo manageriale, associazioni categoriali, terzo settore addomesticato, e via dicendo. Le propaggini fideiste arrivano fino a un certo falso antagonismo centrosocialaro (la cordata che si muove attorno a Coalizione Civica, al governo della città in rapporto ancillare col PD) che in cambio che fa da bacino di voti e cosenso in cambio di spazi.
A tutto qesto si aggiunge la questione “democratica”, dato che i progetti mangia-città non possono essere certo messi in discusione da confronti democratici in cui i cittadini hanno voce in capitolo nelle politiche della giunta. Per cui la giunta si inventa falsi percorsi democratici per “eletti”, senza coivolgere la cittadnanza e senza neppure un rapporto consultivo con i soggetti coivolti, che fanno da paravento, da patina (pseudo) democratica ai giochi di potere portati avanti dai veri decisori. La Fondazione Innovazione Urbana, fa da interfaccia per dare un alone di partecipazione della cittadinanza ai progetti giù scelti dalla giunta e dalle consorterie della mangiatoia. La cd “riforma dei quartieri” ne è l’esempio più lampante, dove si è discusso dei dettagli quartiere per quartiere senza mettere in discussione nulla, e a cui hanno partecipato solo piccoli gruppi di cittadini in un meccanismo di iscrizione limitato per meglio gestire il tutto, e senza coinvolgere quella parte della città, a partire dai quartieri popolari che maggiormente vive le contraddizioni sociali e di classe. l’emargnazione nelle periferie, le differenze culturali che, invece di andare verso un’integrazione, alimentano la guerra tra poveri. Ovviamente questo non è uno stati di fattto, ma un progetto politico che vuole la cittadinanza esplosa come una non-entità molecolare, quella del produci-consuma-crepa.
E allora, in definitiva si tratta di comprendere sulla base delle contraddizioni sociali che il capitalismo neoliberale produce nella sua ricerca predatoria di profitto, quali siano i nuovi sogetti della lotta di classe e i punti focali della lotta di classe stessa, che si affianchino integrandosi alla questione del lavoro, poiché il legame organico tra la “rigenerazione urbana” e la necessità di una forza-lavoro iper precaria ricattabile che non abiti la città ma ci lavori in forme di sfruttamento senza regole, compresa la costante esternalizzazione del welfare a imprese e cooperative rapaci, dà il quadro dell’intera città-mangiatoia.
Cambiano le geografie, i luoghi, i contesti, i flussi migratori, ma quelli che non cambiano mai come soggettività sfruttata, movimentata, espulsa, riallocata, sono, per usare un termine di Frantz Fanon: i “dannati della terra”, che se vogliono vivere e non sopravvivere, se vogliono uscire da questo incubo metropolitano dei profitti nel degrado e nella discriminazione non dichiarata ma messa in opera con scienza e tecnologia, devono riconoscersi e organizzarsi .
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Note
2. Qui un articolo esplicativo di Lorenza Alban e qui di seguito un intervento di Beppe Ramina che chiarisce molto bene i termini della questione MUBA al Pilastro:
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Ci si chiede perché l’amministrazione comunale di Bologna abbia scelto di realizzare il MuBa, Museo delle Bambine e dei Bambini/Futura, proprio lì, in quello che è da 60 anni e per almeno tre generazioni il giardino condominiale di 208 famiglie che si affacciano sul parco Moneta, Mitilini, Stefanini.
C’erano, ci sono, collocazioni alternative – alcune senza necessità di abbattere alberi, altre che vedano il riutilizzo dell’ampia schiera di negozi sfitti di piazza Lipparini e così via – che non sta a me indicare ma che sono note a chiunque viva nel rione o che per mestiere conosca la connotazione urbana del Pilastro.
Leggendo alcuni interventi nel blog del Pilastro (link nei commenti) dell’architetto Maurizio Sani, residente al Pilastro e già dirigente del settore pianificazione della Regione Emilia-Romagna, un’idea me la sono fatta.
Per chiarezza, non so se i richiami a una serie di previsioni (in particolare al Programma obiettivo triennio 2024/2026) sottintendano progetti già elaborati dall’amministrazione comunale.
Tuttavia alcuni punti (il disegno della linea tranviaria, il recupero di spazi sfitti da tempo nella piazza Lipparini – annunciato alla Casa di Quartiere qualche giorno fa da un assessore comunale – la realizzazione del MuBa) sicuramente segnalano una tendenza in atto e in sintonia con quanto auspicato da Sani.
Al ridisegno dell’area concorrerebbe anche l’apertura di via Dino Campana, ora chiusa e confinante col parco commerciale Meraville, per favorire l’attraversamento nord-sud del rione (con conseguente incremento del traffico e stravolgimento delle dinamiche relazionali e funzionali dell’area).
Apertura, quella di via Campana, che sarebbe funzionale ad altre soluzioni prospettate: la riqualificazione delle ex palestre delle Ada Negri e l’utilizzo dei negozi sfitti (di proprietà del Comune e gestiti da Acer) per realizzarvi servizi per gli studenti e le studentesse delle vicine facoltà di Agraria e di Scienze Motorie.
Inoltre si favorirebbe l’apertura di nuove attività commerciali definite “robuste”, il che implicherebbe l’intervento di realtà imprenditoriali “robuste” e mi spinge maliziosamente a pensare, senza averne certezza, che il robusto intervento di Ascom a sostegno di una festa tenuta la scorsa estate in Piazza Lipparini non sia stato del tutto casuale.
Se da questo disegno venisse cancellato il Muba, che dà tono culturale all’operazione, resterebbe in campo una, legittima ma assai discutibile, operazione di gentrificazione del cuore del Pilastro con gli inevitabili effetti sul medio e lungo periodo: allontanamento degli strati più poveri e fragili, turistificazione, il rione come zona di attraversamento (già sarà così col MuBa) e non più, con tutti i suoi pregi e con le sue criticità, un quartiere popolare nel quale i mezzi motorizzati che ci passano attualmente sono in massima parte quelli di chi ci abita.
A questo serve il MuBa lì, proprio lì, in un luogo che non è fatto solo di beni materiali – il verde, gli alberi che d’estate non sono solo un elemento paesaggistico, ma costituiscono l’aria condizionata di chi in casa non ce l’ha e cerca un po’ di fresco -, ma di beni immateriali: la propria storia, le relazioni, la sicurezza che i propri figli e le proprie figlie lì possano giocare con tranquillità grazie a una rete di relazioni e alle tante finestre sul giardino.
Il MuBa serve lì per gettare fumo negli occhi.
E zò boti!»
(L’immagine in evidenza è presa da questo video di Hansy Lumen)