Salario vitale: la mossa del cavallo…

Salario vitale: la mossa del cavallo…

Se gli USA e tutte le oligarchie capitalistiche e i vassalli presenti nel blocco occidentale dovessero avere a giusta causa (per loro) una ragione per liquidare la Cina con una guerra imperialista, ebbene questa non sarebbe la spartizione e il controllo delle risorse o dei mercati, o la competizione tecnologica, bensì la vecchia questione del comunismo.
Come si suol dire: adesso sì che avete una ragione.

Cai Fang non è il primo che passa, ma uno dei massimi economisti ed esponenti politici del PCC che lavora negli ambiti in cui vengono elaborate le dottrine ufficiali, e riprese poi su organi autorevoli di partito come il Qiushi, ha posto la questione di un cambio radicale nel suo sistema salariale per rispondere attivamente all’impatto dell’AI sull’occupazione. Il che non significa altro che fare fronte a un aumento considerevole e destabilizzante per la valorizzazione del capitale costante espresso in automazione (macchine, impianti, robotica sistemi digitali di produzione e creazione di capitale), disaccoppiando la valorizzazione del capitale dalle necessità di vita della popolazione.

La chiave di volta è il salario vitale, che non coincide con il salario minimo legale, né con il salario di mercato determinato dalla domanda e dall’offerta di lavoro. Esso rappresenta una soglia retributiva che consente al lavoratore e alla sua famiglia di vivere dignitosamente, partecipare alla vita sociale e sostenere i consumi necessari a una società sviluppata. Negli ultimi anni Cai Fang ha inserito questo concetto all’interno della strategia cinese della “prosperità comune” e, più recentemente come già accennato, della risposta all’automazione e all’intelligenza artificiale.
Apro una parentesi per chiarire che la visione dell’economista cinese ha ben presente il cuore della teoria marxista sul capitale, ossia la teoria del valore: Nel primo libro de Il Capitale, Marx mostra come il profitto derivi dal plusvalore estratto dal lavoro salariato. Solo il capitale variabile, cioè la forza-lavoro acquistata dal capitalista, produce nuovo valore; il capitale costante (macchine, impianti, materie prime) trasferisce semplicemente il proprio valore nel prodotto senza crearne di nuovo. Da questa struttura deriva una delle principali contraddizioni del capitalismo: la tendenza storica all’aumento della composizione organica del capitale, cioè all’incremento del capitale costante rispetto al capitale variabile, con conseguenze sulla dinamica dell’accumulazione e sul saggio del profitto.

Il salario vitale entra in questa contraddizione, nel cuore del capitalismo stesso rivelando automaticamente come ogni altro espediente sia semplicemente riformista, ossia può al massimo introdurre elementi migliorativi delle condizioni di vita, salariali e di lavoro nel corpo della classe e nella società, ma senza incidere in questa contraddizione reale che nel corso dei secoli ha prodotto squilibri, tensioni, guerre e forme imperfette di democrazia (liberale o socialdemocratica), senza far progredire di un solo passo la comunità mondiale.
Lo stesso togliattismo, con la strategia della via pacifica al socialismo, non si poneva neanche più questa questione in una sorta di sviluppismo ingenuo, che sul piano dell’economia intendeva coniugare un progressismo democratico a una socializzazione quasi automatica dei mezzi di produzione, per via parlamentare. Oltre al fatto che riguardo la questione con il PCC avesse torto (le divergenze tra il compagni Togliatti e noi, ecc.), è “il gabbiano con le ali rattrappite” di Giorgio Gaber, senza nemmeno più l’intenzione di volare.

Oggi, in occidente, nei paesi in cui vige il capitalismo neoliberale, al massimo si può parlare di salario minimo e di forme di reddito che non vanno ad incidere sul mercato, ossia sui processi di produzione e circolazione del capitale che mettono al centro il profitto. E proprio qui sta il cambio di paradigma. Al centro del salario vitale c’è la prosperità sociale ossia della popolazione nel suo complesso, un ribaltamento totale poiché mercato e reddito sociale si disaccoppiano garantendo non la sopravvivenza in quanto forza-lavoro, ma la qualità della ita dignitosa in quanto cittadini. Ovviamente solo un paese orientato alla socializzazione dei mezzi di produzione in quanto trasizione socialista nel controllo politico dell’economia da parte delle pianificazioni di stato può applicare un simile progetto. Ed è altrettanto evidente che se questo passaggio riuscisse la macchina capitalistica basata valore d’uso in funzione del valore di scambio diventerebbe un vecchio arnese gravido di contraddizioni sociali davanti a un modello che supera la povertà e l’ingiustizia sociale, le guerra e le politiche di dominio coloniale, neocoloniale e imperialista di secoli di precapitalismo e poi capitalismo occidentale.

Il modello sovietico non era riuscito in questo passaggio, benché fosse un motore propulsivo per le lotte anticoloniali e antimperialiste nel mondo, perché non avev raggiunto, pur con tutti gli sforza stakanovisti, un’oggettiva superiorità di sistema riguardo il capitalismo, arrivando alla fine a implodere.
Al contrario la nuova “lunga marcia” cinese, aggredendo in forme inedite il mercato ha affrontato il capitalismo con i suoi stessi strumenti, sacrificando per un certo periodo le proprie masse popolari nelle contraddizioni tra città e campagne, con gli esodi verso le zone speciali e la salarizzazione nei cicli di produzione delocalizzati dall’Occidente, arrivando a impdronisrsi e poi a generare quella composizione organica di capitale costante sempre più espresso in tecnologia avanzata e quello variabile in professionalità tecnica e cognitiva, è arravata a quella “mossa del cavallo” che si prefigura oggi, con una Cina maggiore potenza economica mondiale probabilmente oltre gli USA stessi.

Sono ormai secoli che le contraddizioni del capitalismo, le crisi di sovraproduzione di capitale in primis, la competizione intercapitalistica e la conflittualità di classe vengono “risolte” con la guerra imperialista, ossia con la distruzione di forze produttive, forza-lavoro, impianti infrastrutture, in pratica con la barbarie dispiegata e criminale. Lo stiamo vedendo soprattutto ora, che stiamo vivendo in Occidente il pasaggio alla guerra imperialista che da pezzi sta diventando escalatione contro i competitori dell’Occidente suprematista, raggruppati nei BRICS e che vedono in opposizione il tentativo di mantenere la supremazia imperialista nel pianesta da una parte e il proseguimento dei valori e delle direttrici nate dopo il secondo conflitto mondiale: un diritto internazionale che vede i popoli e i paesi in una relazione paritaria e dirimente secondo leggi delle controversie. Mai come oggi questa diversità confliggente è stata così chiara: da una parte i genocidi, i colpi di mano, il terrorismo false flag, le sanzioni, la pirateria, dall’altra la ricerca di equilibri basati sulla diplomazia e il ricorso alle leggi e al diritto internazionale.

Cai fang mette insieme al salario vitale altri due dispositivi che tendono alla centralità della prosperità sociale: il reddito di base universale e una pensone di base non contributiva che risponda al benessere incondizionati di tutti gli anziani, agnedo quindi sul salario diretto, indiretto e differito. Lo si può fare ovviamente in un sistema dove lo stato cntrolla l’economia e non viceversa. Il viceversa lo conosciamo fin troppo bene: in Italia la riforma Amato del 1992, con partiti di centrosinistra (DC, PSI, PSDI e PLI) inaugurò l controtendenza neoliberista in materia di pensioni, nche con l’innalzamento dell’età pensionabile. Questa prima schifomra pensionistica ebbe poi seguito con la Legge 8 agosto 1995, n. 335, nota come riforma Dini (1), appoggiata e sostenuta dal PDS, PPI, Lega Nord, Verdi, Rinnovamento Italiano e altri gruppi centristi: in pratica le forze che abbiamo oggi nel bipolarismo attuale, configurate più o meno in modo differnte ma sempre loro.
Questo ci fa capire come qualsiasi ipotesi di alternativa che possa nascere da questa sinistra istituzionale (vedi il “campo largo”) sia falsa e abbia dei pregressi ignobili, del tutto aderenti al neoliberismo occidentale europeista, che poi venne perfezionato con altre misure in ambito UE e imposte dalle euroburocrazie (mi limito qui ad accennare all’ambito pensionistico, ma capiamo bene cosa abbia significato per esempio “la riforma del Titolo V col pareggio di bilanco e i parametri imposti dalla UE).

Per quanto riguarda la Repubblica Popolare Cinese, va detto che senza Mao e la sua teoria della contraddizione, gli esperimenti economico-sociali falliti e il conflitto interno al PCC lungo il decennio a cavallo tra gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, non sarebbe stato possibile arrivare a questo punto. E il nuovo corso di Xi Jmping riprende quegli elementi di socializzazione posti dal comunismo novecentesco e dal maoismo, ma con modalità dialettiche differenti e inedite, che vanno studiate e capite.

Se questo passaggio al salario vitale verrà applicato, come accennavo in precedenza, ciò non potrà non divenire un modello economico-sociale dirompente soprattutto in un occidente in agonia, dove la deindutrializzazione e la polarizzazione sociale va producendo forti squilibri. Detto per inciso: mentre nelle borghesie occientali vediamo una progressiva precrizzazione e proletarizzazione, in Cina si è formata quella che probabilmente è la più vasta classe media su scala planetaria e che non accenna a fermarsi nel proprio sviluppo sociale.

Tornare a Marx significa apprendere la legge del valore, i processi economici del capitalismo nella produzione di plusvalore e della tendenza all’aumento del capitale costante in relazione al solo elemento che che pertiene il plusvalore stesso: il capitale variabile. Questo i cinesi lo sanno molto bene e non distruggono uno stato di borghesia burocratica, ma si rimettono in discussione (Mao è servito), funzionalizzando lo stato piano (pianificatore) al superamento della teoria del valore (perché il salario vitale esprime questa tendenza) quindi avvicinandoci al Comunismo. Il mercato, ossia il sistema di riproduzione sociale che esprime l’organizzazione generale del lavoro nella produzione e circolazione del capitale, che si basa sul valore di scambio per il profitto si disaccoppia dal valore d’uso, ossia da quei mezzi per il benessere della popolazione, che hanno questo obiettivo e non dipendono dai tempi e dai modi della produzione capitalistica. Finalmente dunque la Cina se prende questa strada, può definirsi un modello di socialismo di transizione.

Ecco il perché della mia frase provocatoria iniziale: che cos’è il disaccoppiamento tra reddito e mercato, e quello conseguente tra valore di scambio (per il profitto) e valore d’uso come benessere sociale acquisito per tutta la popolazione, se non l’inzio del concetto espresso espresso da Marx nella Critica al programma di Gotha (1875): “Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.”

Elite imperialiste, tremate: stiamo tornando con una qualcosa di ben più utile nella nostra cassetta degli attrezzi.

 

1. Fu questa legge a introdurre il calcolo contributivo delle pensioni.La riforma stabilì tre regimi:

  • Chi aveva almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995
    • rimaneva interamente nel sistema retributivo.
  • Chi aveva meno di 18 anni di contributi
    • passava al sistema misto:
      • retributivo per gli anni fino al 1995;
      • contributivo per quelli successivi.
  • Chi iniziava a lavorare dal 1° gennaio 1996
    • entrava direttamente nel sistema contributivo puro.