Anche quest’anno a Bologna dovremo sopportare un corteo «antifa» e «antagonista» con le bandiere ucraine. Non solo ma c’è chi trova normale, anzi, necessario marciarci insieme, anche se poi ognuno dovrebbe andare per la sua strada. Io francamente gli amici degli ucronazi li lascerei marciare per conto loro e farei un altro corteo, realmente antfascista. Questi parlano di resistenza ucraina e dico, certo è vero che c’è: è quella che combatte per le Repubbliche di Donesk e Lugansk da oltre 11 anni, è quella delle madri che si fanno saltare nei covi dei reclutatori nazi, quelli che costringono a botte e torture i giovani ad andare a crepare al fronte. La Resistenza è quella che ha ammazzato Demyan Hanul: uno degli autori della stage di Odessa del 3 maggio del 2014.
Chi parla di resistenza citando per esempio quel gruppetto anarcoide che un paio d’anni fa ha fatto un tour anche a Bologna sparendo con la cassa, quattro scappati di casa che lo stesso Makno avrebbe preso a calci in culo, fa solo un grande servigio alla NATO. Guarda caso, poi, tutte le realtà che hanno questa posizioni hanno tutte fatto accordi con la junta per spazi vari. Non ci può essere condivisione, soprattutto su una ricorrenza come il 25 aprile.
Sono quelli che non hanno speso una sola parola in difesa di Villa Paradiso, dalla censura e all’operazione di chisura di questa Casa di Quartiere che ha espresso una partecipazione popolare dentro un isitituto del comune, che a Bologna non si vedeva da anni, tra sgomberi e tribù autoreferenziali.
Diciamolo: c’è una parte del’ex antagonismo di autonomia (prevalentemente) che è organico al partito della guerra e degli affari nel versante che più piace agli atlantisti: la sinistra dem, quella euroimperialista. Non ho remore a dirlo. E non ho inibizioni a sostenere che tutto ciò fa parte di un’operazione ben costruita, tesa a spaccare il movimento d i classe e a depotenziarlo. Gli argomenti sono identici a quelli del PD, così come la demonizzazione: “rossobruni” e “putiniani” sono gli epiteti più ricorrenti.
Andatelo a dire alle popolazioni del Sahel, Mali, Niger, Burkina Faso in primis, che cacciano a calci in culo gli imperialisti francesi e sventolano le bandiere russe. Andatelo a dire ai popoli in lotta per la loro autodeterminazione, nel processo storico e geopolitico di decolonizzazione e multipolarismo, che sono rossobruni. Chi sta realmente con questi popoli in lotta? Chi punta a rompere l’euroimperialismo per un paese sovrano e libero dalle pastoie UE e NATO? Or bene questi sono gli autentici comunisti di inzio millennio. Nessuno pensa che la Russia sia il socialismo in terra, ma nella stessa misura in cui i nostri partigiani sapevano bene chi fossero gli angloamericani, chi fossero le forze atte a favorire la liberazione dal nemico principale, il nazifascismo.
Marciare per puro principio, significa non avere una strategia politica e seguire le mode del momento. Significa creare confusione. E’ il peggior servizio che si possa fare anche alla causa dei diritti civili. Non sono certo contrario alla lotta contro l’omofobia per esempio, anzi, ritengo che le istanze di liberazione siano molteplici e che le concezioni reazionarie, ocurantiste, vadano battute. Ma se nel paniere delle lotte si infila tutto senza distinzioni, alla fine non si otterrà nulla. E’ la strategia del caos dell’imperialismo atlantista, delle rivoluzioni colorate. E in questa anella ci è caduta una gran parte di quello che fino a qualche anno fa si poteva considerare movimento antagonista.
Per questa ragione, anche a costo di prendersi gli strali di queste compagini, si tratta di definire una bella linea di demarcazione da queste. Alla fine tutta la loro questione si riduce a un mero rivendicazionismo, una miriade di battaglia di scopo e di vertenza che in parte il regime imperialista assimila sapientemente, ragionando per target group da raggiungere con una merce informazione confezionata ad hoc, dando spazi da “auogestire” che sono tutto meno che conquistati con la lotta. Per ogni ambito deve esserci la narrazione adeguata che costruisca consenso e depotenzi la conflittualità dalla questione del potere, o meglio del contropotere inteso come lotta politica che mette in dicussione un sistema di dominio nei suoi gangli essenziali.
Questo è il senso dell’essere comunisti.
Concludo qui queste considerazioni senza aver fatto riferimenti diretti poiché se per me dividere una piazza o un percorso con simili soggettività è controproducente, ma vorrei che questo ragionamento raggiungesse i diretti interessati. Non fatevi strumenti del potere imperialista, del suprematismo euroatlantista di cui ho trattato in altri miei scritti. Alla domanda su questa manifestazione del 25, scrivevo a una compagna in disaccordo come lo sono io, e che giustificava tra le varie cose il fatto che non ci si può dividere, le seguenti parole:
«… devi pensare a un acquario. Certe distinzioni e sottolineature le vedono solo i pesci che lo abitano. Il mondo è un po’ più grandino. Questa è una delle cause dell’autoreferenzialità gruppettara. Mi spiace dirlo, ma la penso così.»